Azimut

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I pensieri che portano a te
sono una strada persa nella nebbia del bosco,
sono il mio enorme rimorso
che frana
investito da un’onda di porto.
I suoni che ascolto, se spengo ogni altro rumore
abbassando la leva del fader,
li cerco nei riverberi del tempo,
rarefatti di echi ed effetti analogici
da potenziometri impolverati che gracchiano,
mentre il battere svelto la rima su
ferro di scalpello mi aiuta a capire
quest’uomo che vedo allo specchio.
I pensieri mi portano a te perché lì ho abitato,
fra gli angoli caldi nuotando
in mare femmineo,
tuffandomi
da sponde accoglienti nel freddo del mondo.

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Selfie di parole

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Odore di sole e sterpi bruciati, attorno al suono sottile di una farfalla che atterra sulla camomilla, fiorita fra le pietre calde levigate dalla pioggia e dai miei passi.Vento ti muovi invisibile fino agli alberi, dove finalmente ti vedo ballare sui rami e le foglie, quando annunci la risacca dei tempi e i cambiamenti che lasciano tutto com’era e com’è. Sono solo terra, io, terra e ritorno di ombre e di passi, sangue identico a sangue che fluisce da sempre, ossa che si sgretolano e rinascono: alberi che piantano alberi. Sono mare trascorso, acqua del rimorso, formica che muore e ritorna con un nome e un volto diverso, sullo stesso sentiero bucato da case che affondano in fori nel terreno rosso. Adesso vi ascolto cantare e verrei volentieri con voi alle terre più calde in autunno, se non fossi costretto a restare, gallo con inutili ali, con le zampe per terra e la piccola testa che mi lascia, soltanto, beccare.

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Stupende macerie

Gli spazi vuoti di Homs sono pieni delle nostre più profonde paure. Disabitata città dove solo l’orrore mantiene i nervi saldi e il governo degli accadimenti, scorre silenziosa e immobile, prigioniera, ancora, dell’occhio robotico del drone. E c’è un’innegabile e inammissibile bellezza in questo sanguinoso spettacolo: l’istintiva, animalesca fierezza degli umani davanti alla constatazione del proprio enorme potere nei confronti del mondo e delle cose, quel dominio che solo il nostro arbitrio può decidere in che forma e direzione scatenare. Siamo in quanto distruggiamo, affermiamo la nostra esistenza nella capacità di distruggere in un tempo ristretto ciò che in generazioni, secoli ed ere abbiamo faticosamente costruito. Belle le meraviglie del mondo, bellissime le sue macerie. I frammenti di calce e tufo, di cemento e pietra, di automobili e minareti, azzerano le distanze del tempo, le differenze fra le epoche segnate dalle forme architettoniche e tecniche, riportando la città, il mondo e il giorno a un’unica data, quella della sua definitiva distruzione. Un infinito oggi di detriti che possa raccontare ad altre forme di vita terrestre il nostro passaggio e la nostra superiorità: una straordinaria, unica capacità di autoannientamento, nella massima libertà di scelta.

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Il cammino del geco

gecko_tattoo_v_2_by_hellsfabledgenesis-d5vuoikgecko_tattoo_v_2_by_hellsfabledgenesis-d5vuoikgecko_tattoo_v_2_by_hellsfabledgenesis-d5vuoik  Ho aperto la porta del trullo la sera, sotto la luce fioca che illuminava la nicchia. Due piccoli gechi rosa sono entrati velocemente in casa, senza chiedere permesso, senza temere di essere schiacciati dal mio grande piede abbronzato, infilato nell’infradito nera e fluo. I due gechi neonati, dalla lunghezza di un fiammifero e sottili come acciughe, trasparenti nel rosa che lasciava intravedere gli organi interni, aspettavano proprio me, lo so. Li ho lasciati entrare, non opponendo nessuna resistenza, nel luogo che hanno eletto a dimora. Se fossero state due lucertole comuni, verdi, avrebbero scelto la strada opposta: via dalle case in pietra degli uomini, verso i cespugli sicuri che precedono il bosco, nella terra nuda sotto le stelle. Ma essere geco significa amare i tetti e i soffitti, i ripari dalla notte e il caldo delle alcove, l’intonaco bianco come le ossa degli avi, le pietre calde. Lucertole dagli occhi giganti e dalle zampe simili a mani, i gechi hanno stretto con noi un’alleanza, scegliendo il colore della nostra pelle e non quello delle foglie e dei rami, mimetizzandosi con la carne degli uomini che amano e proteggono. Per questo, gli uomini stanno attenti a non calpestarli, confidando nel buon auspicio che la loro presenza potrebbe favorire, una carezza amorevole e silenziosa nella notte, da mano di lucertola.

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La fierezza dell’ultimo

RhomanifeereIeri cantava l’ultimo grillo dell’estate. Solo, nel cortile vuoto di un condominio di città, attorniato da rumori di piatti e bicchieri e dalle voci di conversazioni domestiche, cantava così forte da sovrastare tutto il resto. Arriva sempre il momento, alla fine dell’estate, all’inizio dell’autunno, in cui le sere poco prima affollate di grilli e coperte dalla canicola iniziano a spegnersi, a tacere. La notte si fa silenziosa, per giorni non si sente più nulla, i grilli sembrano scomparsi insieme al loro suono a loop, insieme al caldo e all’insonnia, che ci spingono a uscire di casa e conversare fino a tardi sui marciapiedi di città o in riva al mare, nelle città nuove e nei borghi medievali, seduti sulle sedie sistemate accanto all’uscio di casa su pavimenti di pietra, nei paesi attorno al Mediterraneo. Ma proprio quando l’animo volge al tempo umido dell’autunno e alle sue malinconie, mentre ci stiamo rassegnando alla fine del caldo e dei giorni cocenti trascorsi il fine settimana a far nulla sulle spiagge, nel silenzio ormai regolare delle sere non più afose spunta l’ultimo grillo, quello che canta più forte di tutti. E canta più forte perché è l’unico, per coprire la sua solitudine e riempire gli spazi sonori abbandonati dagli altri, forse per arrivare più lontano che può nella ricerca di un altro simile, primeggiando come un re senza popolo, come l’ultimo tenace resistente di una guerra ormai persa ma combattuta con onore. Quella solitudine gridata e definitiva ci sfasa. Il suo levarsi alto e assordante negli spazi vuoti è uguale alla malinconia che ci prende in quel tempo a metà tra il caldo e il freddo, mentre il vento africano e quello dei Balcani fanno a cazzotti in aria e precipitano in gocce sulla terra, ricordandoci che tutto deve cambiare. Così decidiamo di accompagnare quel grillo solitario e fiero, potente e spavaldo, incazzato e fuori programma. E continuiamo a loop suonando nella notte, cercando con tutte le forze di prolungare il caldo e l’estate, la conversazione e la luce, per natura poco propensi al cambiamento, al buio e al silenzio, per forza di cose solitari e assordanti, mentre molti iniziano a chiedersi come mai nessuno sia ancora riuscito a farci tacere.

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La scelta del mancino

manoUn mancino lo capisce da bambino: il mondo è storto, sono le convenzioni a farlo sembrare dritto. La nostra mano sinistra ci ha insegnato a leggere le parole al contrario, a usare un certo tipo di inchiostro leggero e secco, a guardare in speculare la vita. Più che maldestri, siamo bensinistri. La mano mancina, la mano storta, la mano sbagliata, la mano di ogni maneggio sinistro, è la mano con cui insisto e mi scasso. Una ogni dieci: è la mano che non prevedi. La mano destra del mancino, l’altra, è sempre arrabbiata, ingiustamente sacrificata, decaduta: mai una firma, mai un bacio al volo, mai un primo pugno. Con il cervello regolare di un destro, dice spesso, avrei goduto di un  ben più autorevole destino; avrei firmato i documenti importanti che mi spettavano, avrei potuto, io sì, sfruttare le sedie con il piccolo tavolino mobile sul lato destro, pensate esclusivamente per me. Ultimamente la mia mano destra è però contenta, a causa di un piccolo incidente alla sinistra: finalmente è la preferita. Anche se per poco e lo sa. Perciò, non sta un attimo tranquilla e si gode ogni movimento. La mia mano sinistra, invece, riposa, sonnecchia: mentre scrivo, la vedo ferma e annoiata sul tavolo, ingessata in una ridicola posa, come un cane azzoppato disteso ai piedi del padrone in poltrona, umiliato per non essere riuscito a portargli le pantofole. La mano sinistra del mancino, la mano con cui in genere scrivo, mi ha stropicciato per prima gli occhi, chiusa in un pugno il mio primo giorno di vita, per ribadire la sua minoritaria differenza e colpire forte l’ombra ingiuriosa del maligno. Per bussare con tutte le forze alle porte del mondo e gridare, con me: “Eccomi, ci sono. E nella minoranza dell’uno sul dieci, voglio il mio posto in questo mondo specularmente riflesso, in questo universo a me contrario e che tuttavia accetto”.

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Rione Libertà. Tutto regolare. I soliti casini di sempre

i giorni

Nel nostro quartiere, nel rione Libertà, le donne africane si stringono i bambini sulla schiena, racchiusi in grandi  stoffe annodate sul petto, mentre camminano per strada. Dove abitavano i nostri vecchi amici ormai lontani, chi all’estero, chi al nord, chi giù, chi in galera, adesso ascolti note di giungla e metropoli, corde indiane, fisarmoniche balcaniche suonate un po’ male. Molti dei bambini  di allora non sono più qui e stanno bene, nei paesi vicini. Sono cambiate le strade dove giocavamo con le cerbottane a centrare crape pelate con fogli di Gazzetta arrotolati a razzetto, dalle fessure delle case popolari a forma di ‘M’, forse, a forma di fascio littorio, case dalle volte alte come le grida negli interni la domenica, nel cortile riempito dalla musica napoletana e dal rap di bassa lega dappertutto, adesso. Il nostro quartiere è una coperta stretta e nervosa, a volte allegra, altre pericolosa. E’ fatta all’uncinetto con la lana, tanti piccoli quadrati cuciti insieme, colori e fantasie troppo diverse per non suscitare una strana euforia. Non è né bella né brutta, la coperta che ci unisce uguali nella stessa notte, cinesi, africani, albanesi e italiani, cingalesi e mauriziani, studenti spagnoli che capitano qui e non torneranno più, portando a casa i rumori, i “ci è?” e i “ci ha stat?” di una lingua che forse capisci, se ti fermi a guardare queste strade speziate e quadrate, sudate e insudiciate, di mattonelle incandescenti d’estate e umide di pioggia, adesso che l’inverno va via. Per la strada c’è sempre qualcuno e spesso è pronto a risolvere un guaio e darti una mano, nonostante la faccia da galera e i modi più eleganti di un gorilla impacciato. Da Bari Downtown tutto regolare, tutto tranquillo, i soliti casini di sempre. E in tutti questi casini, rumori, incendi notturni e sveglie improvvise, è bello sapere che nessuno è mai veramente solo, qui, nel caos di un rione libero, indomito e ribelle, che non chiede mai sconti a nessuno e nessuno lo vuole.

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