Breve storia di un alpino

Mi chiamo Giovanni e sono un alpino. Come mio padre, suo padre e suo nonno. Da loro ereditai la passione per le penne sul cappello, con loro festeggiai i dolci anni dell’infanzia tra raduni di allegri commilitoni e odore intenso di grappa e di neve nelle valli delle Alpi. Amavo l’uniforme e lo spirito di gruppo. Credevo nella solidarietà. Speravo, per il mio futuro, di far del bene alla povera gente. Ricordo lo sguardo buono e genuino dei montanari in divisa, con l’allegria semplice e sincera da bravi padri di famiglia e l’ingenua goliardia un po’ fuori moda. Conoscevo le brutture della guerra. Ricordo i racconti del mio bisnonno sui ritorni dall’epica campagna di Russia, con le ghette indurite come cemento dal gelo e la spinta ad andare avanti, le brevi soste nelle isbe di altri poveri uomini russi, mossi a compassione dalla miseria dei logori italiani, che  si facevano il segno della croce per riconoscersi come lontani fratelli di fede. E poi la conta dei morti, l’invocazione alle madri prima dell’ultimo sospiro, l’impossibilità di aiutare chi cadeva sulla strada, per l’ultima volta. Crebbi così, in una famiglia sana e normale: nessuna esaltazione da guerriero fanatico, nessun odio verso altre nazioni e altri popoli. Nessuna nostalgia dei tempi che furono. Mi arruolai i primi anni del terzo millennio, in un esercito di professionisti che nessuno costringeva a combattere. A differenza di tanti altri, non fu il denaro a convincermi, ma l’idea di costruire la pace in terre meno fortunate della mia. La voglia di difendere i più deboli, l’orgoglio di vestire un’uniforme, la tradizione di un’appartenenza. Ma così non fu. Cercai di trovare un senso alla mia guerra, inutilmente. Aiutavamo i bambini, ma altri militari prima di noi ne avevano ucciso i genitori. Gli offrivamo del pane, mentre i nostri alleati avevano bombardato le case e i loro terreni. Portavamo la pace, ma indossando le armi. Difendevamo alcuni civili, uccidevamo i loro congiunti in divisa. Parlavamo di  ricostruzione, difendendo gli interessi del nostro popolo e non del loro. E adesso sono qui, ucciso. In nome della pace e della solidarietà. Mi chiameranno eroe, mi chiameranno martire, ma non dategli retta: se gli facesse comodo, statene certi che mi chiamerebbero traditore o codardo. Resto qui, giovane vittima di un gioco molto più grande di me e delle bugie dei governanti di ogni colore. Perché un morto ammazzato resta un morto ammazzato. E i miei sogni, i figli che non avrò e i figli dei loro figli che non nasceranno mai, grideranno vendetta fino alla fine di tutte le guerre del mondo.  Torto

5 risposte a Breve storia di un alpino

  1. Alessio ha detto:

    grazie.

  2. Mariella ha detto:

    Grande, come al solito…

  3. Claudia ha detto:

    bellissimo!!!!

  4. Silvana ha detto:

    ……Grazie………………..ho visto un film ieri….:Il ritorno di un eroe………..mi ha colpita e…spero tanto che il ritorno a casa sia stato lo stesso per te!!!!!..ancora grazie

    • torto45 ha detto:

      Ciao, a dire il vero non sono io l’alpino. Ho solo interpretato un ruolo e, credo, i pensieri di tanti ragazzi che ho conosciuto. Non amo la guerra, anzi, la disapprovo profondamente. Credo, come mi ha spiegato una persona a me cara tanto tempo fa, che l’antico motto latino ‘Si vis pacem para bellum’ (Se vuoi la paca prepara la guerra) sia da ribaltare in ‘Si vis pacem para pacem’. Sarà l’unico vero progresso dell’umanità, se ci sarà mai. Credo però che tanti ragazzi siano convinti, sbagliando, di costruire la pace, mentre partecipano a una vera guerra guerreggiata. Se non altro chi li manda, anche se non li costringe, dovrebbe spiegargli che questa è una vera guerra. E’ un dovere, per una nazione. Un dovere di onestà. Spero il meglio per te. A presto, resta nella piccola comunità virtuale che costruiamo in questo blog.

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