Bordo di città

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Lì dove la città finisce ho annegato il mio ultimo proposito. Su uno specchio di mare piatto e antracite sono scivolato via, finito, sul limite del mare che la terra lambisce, finisce. Un gabbiano sporco di grasso sintetico riesce dove mai riuscirei, lasciare questa riva di pietre e lampioni puzzolente di alghe ammassate sul bordo di città e guardarmi dall’alto, dall’acqua, per capire quanto sono lontano da tutto e minuscolo al mondo. Insetto in balia di uno sbuffo di vento che mi sbatte sull’acqua, atterro su un pezzo di legno che galleggia bruciato, su frammenti di cose disfatte, di cose finite in un posto impreciso e lì resto, vago. Dove la città finisce, lì ricomincio. Dall’ultima frase che ho detto prima di tacere a lungo, da quel sasso di parole indurite dal freddo riparto, con nuovi pensieri trovati dove prima non erano, dove prima non c’ero. Dove la città finisce, lì amo restare, con le mani sulla terra e i piedi già in acqua, pronto a seguire la spinta del mare che da sempre arriva e riparte, dal mondo e nel mondo. Pietra calcarea scheggiata da scogli appuntiti e cariati dal sale precipito in buche profonde decenni, mi aggrappo e mi strappo le unghie e per questo mi fermo, risalgo la china, mi spolvero gli occhi sporchi di cenere e con tutto il male del mondo io faccio i miei conti e sorrido.

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Addio agli spiriti

casa

Lasciare la casa natale e tutti i racconti della nostra lontana memoria cambia la percezione delle distanze negli spazi e nei tempi, ci conduce al centro e all’origine del nostro percorso, ci fa capire che siamo pezzi di carne calda di acqua e pensieri, lo zaino in spalla con tutta la nostra vita raccolta dentro. Salutare i folletti inesistenti e sapienti che ci hanno fatto compagnia tra queste quattro mura e raccontargli di nuove destinazioni, in un commiato di ringraziamenti e benedizioni misteriose, scongiuri e sano fatalismo, per patteggiare un silenzio discreto sulle parole, le gioie e le grida, i fuochi accesi e spenti in decenni di albe e tramonti domestici, le orme umide sui pavimenti, i segreti di più anime, le citofonate per scherzo nel cuore della notte. Svaniscono i fatti lontani, le storie di famiglia. Si consumano utensili e arnesi, pazienze e menischi, drammi e cene. Salutiamo in quei giorni il vecchio e per questo inservibile destino, stacchiamo gli ormeggi sfilacciati nell’attesa di figli adesso padri, padri e ormeggi ora pronti a riavvolgersi su altre banchine, attaccati alla vita ma non più ai luoghi e alle cose, a quel nodo di oggetti e fili di polvere che c’era e si ricompatterà, spazzato per ora dalle soglie delle finestre con mano decisa. La nostra mano luciderà la superficie a specchi dei giorni che verranno, lascerà per un po’ la sua impronta e per sempre le cose che sono ricordi e pesano troppo. Troppo pesanti per portarli in uno zaino in spalla senza arrestare per sempre la marcia che ci aspetta, troppo belli per non lasciarli evaporare e scomparire nell’aria ghiacciata di un’alba che ci raggiungerà in qualsiasi altro posto ma mai più qui.

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Acqua di olive

olive in acqua

Le olive che hai lasciato maturare in acqua sono diventate buone: ogni volta che ne mangio una sento la tua risata potente contro il mio viso tirato, la tua mano ruvida di vita che mi smonta, tenera di maternità assoluta. Facendo spazio nell’armadio, ancora mezzo pieno, ho incontrato il tuo odore, incastrato nelle cuciture del cappotto con cui andavi a messa la domenica, curata e aggiustata per far piacere al tuo uomo innamorato da sempre, felici, per sempre. So che non si torna e non tornerai, non tornerete, troppo lontani per raggiungervi ora, spinti in un mondo che ancora non so, mano nella mano nell’oscurità dell’inimmaginabile. Le foto che vi ritraggono e ricordano non mi bastano più, immagini di due istanti fra miliardi, troppo lente per raccontare il calore di un abbraccio e la lunghezza di un movimento tra una stanza e l’altra della casa, tra un angolo e l’altro della mia solitudine, per nulla adeguate alla ricchezza di affetti vissuta e perduta. Oggi è una bella giornata, anche se fa un po’ freddo. Mi piacerebbe invitarvi a cena e cucinare per voi, farvi leggere le pagine del mio piccolo libro e dirvi che sono felice, nonostante il dolore che ha deciso di scortarmi nel viaggio che faccio, affinché nessuna illusione possa più farmi male. Prenderò il microfono per chiamarvi più forte, rappando sempre come se fosse l’ultima volta, l’ultimo party, l’ultimo desiderio, l’ultima volta che amo, l’ultimo saluto prima di un lancio nel vuoto che prima temevo e ora sfido.  E da questa inesauribile e  insensata raccolta di racconti vi saluto, miei cari. Stasera c’è musica e vado a prepararmi. Non potrò che spaccare.

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Solo nero, solo uomo

Africa_satellite_orthographicI ragazzi africani hanno orecchie solo per il rap. Da qualsiasi parte vengano, qualunque lingua parlino, qualsiasi dio preghino, indossano per giorni la maglietta di  2Pac.  Cuffie alte e sguardi lontani, se gli parli ti rispondono dopo un po’, non potevano vederti né sentirti. La lingua che unisce gli uomini neri di storia e di sole, perduti e innumerevoli figli d’Africa che si ostinano a immaginare un domani, contro qualsiasi fosca e deprimente prospettiva, nonostante la conoscenza di grossa parte del male della Terra, è una reazione chimica di tamburi e metropoli, di Americhe e catene taglienti, del nostro mare di Europa del sud che, fragile e paurosa, non potrà mai fermare l’esodo. Nulla di nuovo nella storia del mondo. Ritorna l’uomo  antico che partì lontano a sbiancarsi nei boschi piu’ freddi e sui ghiacciai mai calpestati da esseri umani, in lande sconosciute, senza più memoria della strada, della lingua, della meta, della partenza, dell’inizio misterioso e perduto. Nero di origine, nero di pelle, nero che quando allo stadio la curva fa bù, l’uomo in metro fa beh, il leghista fa bah, l’indifferente fa bo’, io davvero non so perché mai dovrei prendere sul serio queste mandrie di esseri umani che non dubitano mai di un cazzo di niente. Nero che le pietre spacca, nero che spaccia, nero magnaccia, nero spacciato dal caldo di Puglia rossa di sangue e pomodoro. Nero perdono. Nero che ero, nero che sono. Dove va il nero andrà l’uomo.

 

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Denti spaccati

Ho spaccato le parole con un martello, per darle una forma che possa almeno lontanamente somigliare a me stesso. Le parole scheggiate e tritate, spaccate e inalate mentre cerco il punto preciso di rottura, le parole che ho detto pentendomi subito dopo sono roccia, mi ci aggrappo con mani che sanguinano e lo faranno ancora, sempre. Le parole che cerco sono in fondo, troppo in fondo per non farmi del male, troppo vere per non gridarle con l’unica voce che ho, quando vengono fuori da sole e non potrai chiudere il foro con un tappo, non potrai fermarle né fermarti in tempo, perché quello che è detto è già un fatto. E resta per sempre così. Le parole rimaste lontane e in attesa di me le ho capite più tardi, mentre perdevano senso e sparivano via come piccole e innocue nuvole grigie, come innocui pensieri che rendono il viaggio ogni tanto migliore. I pensieri che penso li vedi nei gesti che faccio, accompagno le vocali ruotando il polso e la mano, le dita, muovendo dall’interno all’esterno, all’esterno di un mondo che spesso mi vede lontano e perplesso e continuo a spaccare le pietre mentre sudo e le spalle si gonfiano di inutile forza e bellissima vita che consumo. Le parole sentite allora, quando mani di dolce e infinito amore di madre mi sciolsero il male. Quelle mani le sento tuttora se guardo lontano lontano, non vedo ma so che restano lì, come l’odio e l’amore più vero, sotto questo caldissimo cielo e tantissima luce di oro che a volte ci opprime.

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L’indifferenza delle tigri

tre tigri

Ho visto tre tigri in una gabbia a cielo aperto sulla sabbia, di fronte a un bellissimo mare blu. Un circo era approdato in spiaggia. C’erano scimmie urlanti e impassibili circensi, costumi da bagno bagnati e annoiate, incazzate mamme basse e muscolose, urlanti anche loro e stufe dell’estate. C’ero io, uomo. Guardavo le zampe letali dei felini, la gabbia che in un balzo avrebbe ridotto le distanze, se solo una di loro avesse voluto cibarsi di noi umani o decidere, per capriccio da gatto, di finirci. C’erano altri uomini, curiosi e impauriti, pronti a spaventarsi al minimo cenno di rabbia delle belve, desiderosi di mettersi in cattiva luce e farsi notare da loro. Tutto avremmo sopportato e immaginato, niente ci avrebbe realmente turbato, se invece di notarci e mostrare i denti formidabili e feroci non fossero rimaste lì, con la testa e lo sguardo altrove, voltate dall’altra parte, ferme come statue, indifferenti. E’ l’indifferenza delle tigri che ci uccide. Non il loro odio, non la loro rabbia né la loro fame. Come osano non farci paura? Come osano offenderci a tal punto? Tristi e splendidi animali dominati da sgraziati esseri bipedi, non volete più guardarci. Non ci vedete più perché non esistiamo. Fieri della vostra bellezza enormemente superiore alla nostra, anche voi non siete più qui. E con rabbia e delusione, con il solito dissennato rancore, vi chiediamo: “Ma perché non volete più mangiarci?”

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Ulivi e messaggi

trulivo

Tutti gli ulivi della nostra vita ci hanno raccontato una storia. Per ogni radice bagnata di gelida acqua di pozzo, per ogni foglia secca, spezzata e ridotta in minuscoli pesi da formiche frenetiche, un fatto, un giorno nella vita, la pagina di un libro. Ricordiamo ulivi rugosi e scheletrici, sfregiati da cuori e iniziali di nomi e di amori già spenti, ferite inspessite dagli anni e ormai chiuse al dolore. Abbiamo visto chiome abbaglianti di argento in tramonti di sangue, attraversate dal vento del mare che saliva dal basso a spegnere odori di marcio e di vita della terra rossa e fangosa, ulivi aggrappati ad ulivi clonati dal primo e coperti da strati di pelle, seccata dal sole, che chiami corteccia. Ulivi lontani dal mare e sbucati da case di pietra di serpi vedemmo, guardiani di antichi segreti contadini mai svelati alla gente del mare, a bocche cucite dal sale e mute di nomi di piante mai detti. Salimmo in groppa a ulivi selvaggi che a niente servivano, padri di cinque o sei frutti per anno, ultime gocce di vita di un fiume di olive raccolte, schiacciate e spremute o aperte su pezzi di pane bagnato dal nero o dal verde del frutto, olive che crebbero uomini e donne e condirono cene di Pasqua e Natale affollate e finite. Un piccolo ulivo con quindici foglie da quindici mesi è cresciuto su un tronco. Vedrà stagioni lontane da qui, stirpi e tempi che noi non sapremo. Qualcuno ha già scritto un messaggio che possa viaggiare lontano con lui  e raccontare la storia del popolo nostro, a chi vorrà chiedere un giorno chi furono quelli che scelsero – nel bene o nel male – per loro, che ancora non sono.

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