Chiedilo all’Ilva

Taras. Taranto. Tra due mari e due fuochi. Tra la salute e il lavoro. Taras, città dei greci, Arcadia cantata e perduta. Nuvole rosse ti soffocano da troppo tempo: chi ripagherà i respiri negati? Taranto blu di mare e di lastre di acciaio che riflettono il cielo. Di uniformi marinare. Di specchi d’acqua rubati e occupati dal grigio di navi di ferro e cannoni. Taranto terra di arance e di uva, di limoni profumati e ulivi secolari, di mare grosso e pescoso, di campagne abbandonate in fretta per seguire il progresso, lasciando l’aratro per la saldatrice, il mulo per la chiave inglese. Tarentum stupenda e massacrata, saccheggiata, triste e dimenticata. Taras tradita e tumorale, troppo bella per resistere a lungo. Taranto antica, antichissima, orgiastica e dionisiaca, ribelle ai romani e piegata all’impero ieri, agli spietati appetiti industriali oggi. Taras che risorge dall’acqua, sul dorso di un delfino, per cacciare gli occupanti e fare pace con la terra. Taranto che torna a brillare di vita, si riveste dopo una notte orribile ma si guarda allo specchio e dice: “Sono bellissima”.

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Versi e visioni di rivolta metropolitana
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