Le parole che il vento si mangia

Vuoto come un sacchetto di carta, aspirato da me stesso, rimbalzo sulla strada e mi sollevo in balìa della bufera. Sorvolerò pietre e grovigli di piante, sperando di non restarci attaccato per sempre. Mi bagnerò sotto la pioggia un po’, quel piccolo tempo che serve per farmi più pesante e risposare qualche ora sull’asfalto, caduto in un punto risparmiato dall’acqua. Toccherà ripartire, quando il mio spessore si asciugherà leggero e tornerò a mulinare nell’aria. Mi vedrai seguire il vento fino in fondo alla valle e risalire più su, surfando il fianco della collina sull’aria per raggiungere il nord. Il caldo, il freddo, stempereranno il mio colore facendomi chiaro e sottile, flebile come le parole che il vento si mangia quando ci gridi dentro a pieni polmoni: non serve. Non servo. Non servirò padroni, fuori da questi percorsi obbligati che uccidono le risate e milioni di sogni, seppellendo la gioia sotto il ghiaccio dell’ovvio e dimenticando che di ovvio c’è solo la fine. Dormirò sotto la neve, rigido ma vivo e intero, fino al sorgere del sole. Domani. E sarò sciolto, slegato, libero e caldo, vivo, quando l’ombra scomparirà per lasciarmi e ti troverò qui, ferma e assoluta, definitiva, al termine di tutta questa maledetta strada.    

Torto

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Versi e visioni di rivolta metropolitana
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