Noi, gli altri

Cosa ci aspettiamo dall’Italia, dagli italiani, dalla nostra condotta? Uno scatto d’orgoglio, un nuovo demagogo, un nuovo principe o un nuovo popolo? Un piccolo pezzo di spazio – scoglio di un pianeta lontano staccato dal resto dopo un maremoto extraterrestre – che azzeri le opere e i secoli per poter finalmente ricominciare dal primo capitolo? E cosa ci aspettiamo dagli altri paesi? Una condotta migliore, che ci faccia sentire unici e impareggiabili, cinici e ridicoli? Un nuovo grande invasore che colonizzi, ancora, il nostro immaginario, che decida i nostri sogni? Un grande paese che ci spieghi ciò che non comprendiamo, ci insegni quello che ignoriamo e ci corregga laddove sbagliamo? E cosa pretendiamo dalle nostre azioni? Più coerenza, onestà, volontà? Meno scuse, scorciatoie, spiegazioni assurde? Ce lo chiediamo ogni giorno, infastiditi da un senso di inadeguatezza che ci toglie il respiro, se solo proviamo a immaginare un’altra strada per il nostro paese, che non sia questo immenso greto di fiume asciutto dalle altissime e lisce pareti di cemento armato, guardando avanti per scongiurare la sete mentre il muro d’acqua ci sta per assalire alle spalle.   Torto

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Versi e visioni di rivolta metropolitana
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3 risposte a Noi, gli altri

  1. Mario Circello ha detto:

    Ciao…
    Considerato che, l’uomo è per sua natura narcisista e che di conseguenza tutte le società sono competitive, si innescasse negli italiani il bisogno di primeggiare per una volta in qualcosa di grande (non solo e sempre in scandali, in furbizia, in mafia, in pizza – spaghetti – mandolino), una sorta di nuovo rinascimento che scaturisca dalla fine del berlusconesimo (dopo il ventennio fascista, il peggior ventennio della nostra storia) e che ci veda dare l’esempio per aver creato un mondo migliore, non solo a parole, ma nei fatti:
    – primi al mondo a mettere la vita al centro di tutto e non il lavoro
    – primi al mondo a mettere l’uomo al centro della vita e non il mercato
    – primi al mondo a riconoscere ad ogni forma di vita – animale o vegetale – il diritto di esistere e di essere rispettata
    – primi al mondo ad abolire totalmente – e per sempre – ogni forma di vivisezione e di sperimentazione sugli animali
    – primi al mondo per umanità
    – primi al mondo per civiltà
    – primi al mondo per giustizia
    – primi al mondo per insegnamento
    – primi al mondo per gentilezza e disponibilità
    – primi al mondo ad aver abolito l’ignoranza
    – primi al mondo a rinunciare ad andare sulla luna ed usare quelle immense cifre per migliorare la vita sulla terra
    – primi al mondo a ridurre gli stipendi milionari di politici, manager, artisti, calciatori, etc
    – primi al mondo a non essere mai più schiavi e servi del Vaticano
    – primi al mondo ad aver sconfitto la per sempre le mafie
    – primi al mondo per un’infinità di altre cose buone e giuste

    Ecco, forse allora, ma solo allora, avrebbe senso il patriottismo e quell’immane difetto che è l’orgoglio potrebbe avere motivo di esistere e trasformarsi in virtù!

    Fino ad allora, continuerò a sentirmi senza patria, senza Dio e non sarò orgoglioso di nulla, anzi, continuerò a sentirmi schifato di far parte della specie più stupida e crudele, che abbia mai popolato la terra…

    Cordiali e civili saluti.

    • Annxgonz ha detto:

      Quoto in toto.
      E vai di rima, siamo o non siamo il popolo dei poeti?

    • torto45 ha detto:

      Gentile Mario,
      anche io mi sento, come mi ha insegnato a “sentire” il mio più grande maestro, cittadino del mondo. Per cui anche per me patria, nazione e identità sono parole pericolosissime, da evitare il più possibile. Salverei solo la definizione di popolo. E condivido, con te, la preoccupazione per tutte le biodiversità del pianeta, non solo per la peggiore, la nostra. Ma poichè vivo in Italia, parlo l’italiano e scrivo in italiano, guardo i tg e leggo i giornali e amo il mio paese nonostante tutto, non posso evitare le parole di cui sopra. Parole che, ovviamente, non (auto)commenterò. E’ un sentimento di indignazione – termine ormai “spagnolo” – che provo come italiano, come europeo e occidentale, come uomo fatto di parole e corpo e come ospite di questo pianeta. Dovremmo fare qualcosa di concreto, come tu fai, ad iniziare dalle nostre città, fino a doverci prima o poi preoccupare anche per chi parlare non può e non sa. I tuoi auspici di cambiamento valgono più di tanti manifesti politici, belli e commoventi nell’impacchettamento ma inesistenti nei contenuti e nelle proposte autentiche. Nell’azione. Grazie delle tue preziose parole, è sempre un piacere leggerti.

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